(00:00)
D.: Che cosa stavi facendo?
R.: Stavo cavando le cipolle, però per farci la treccia ci ho dovuto buttare l’acqua sopra e adesso come devo fare? Quella si spezza. O Madonna mia aiutami tu a fare questo lavoro. E va bene. Poi sono andata a pulire la mandra: e metti il fieno ai capretti e dai da mangiare al maiale o Madonna mia, più di questo non ce la faccio a farlo. E va bene. E’ quello di questa mattina.
D.: Come si svolge la tua giornata?
R.: Io tutti i giorni sto sempre a … eh gli altri giorni una volta vado a dare da mangiare alle galline, una volta al maiale, un’altra volta vado a parare l’asino e … o Madonna mia come dobbiamo fare? Questa è la vita nostra.
D.: Come fate il formaggio? Fate anche le marzoline?
R.: Sì, le marzoline sì e poi dobbiamo fare pure il formaggio. Quella là prima deve andare a mungere le capre dopo lo deve pure colare altrimenti ci stanno i peli dopo ci vuole il caglio e dopo che è stato un’oretta, un’oretta e mezza quello si rapprende e si butta dentro le … noi diciamo le formelle. Deve fermentare poi lo giri, dopo un po’ di tempo, si deve scolare per buttarlo dentro al sale per salarlo. Deve stare ventiquattro ore dentro il sale, appena appena, non salato perché salato non si può mangiare ed ecco e facciamo il formaggio. Poi facciamo la ricotta. Con lo “scasatə” ci facciamo la ricotta e poi ce la mangiamo, la vendiamo, come possiamo fare. E sta a posto anche quest’altro.
D.: Da quanti anni svolgete queste attività?
R.: Io ho settantasei anni. Li ho compiuti il ventisei luglio.
D.: Auguri!
R.: Grazie! Allora con mio marito siamo stati cinquanta anni … con mio marito siamo stati cinquanta anni insieme e abbiamo fatto sempre questa vita. Dovevamo seminare il grano; piantare le patate; piantare il granone, i fagioli e anche un po’ di ceci. Adesso stiamo facendo anche la raccolta delle zucchine e, oh figlia, una volta un fatto una volta un altro dobbiamo venirne fuori. E questo è! Dobbiamo fare il fieno. E che gli diamo alle mucche, alle capre se non facciamo il fieno? E noi lo facciamo con il “mussurə”, non con le macchine agricole! Il “mussurə” sarebbe…come ti posso far capire…insomma, così, è formato…ha un manico a forma di…così, insomma diciamo il “mussurə”, una falce, su, una falce. Ed ecco e facciamo pure quello! E dopo lo dobbiamo mettere dentro, altrimenti si bagna e poi che gli diamo alla capre e alle mucche?
D.: Quante persone siete a lavorare?
R.: Prima eravamo quattro:
(04:00)
io, mio marito e due figlie. Adesso io sono rimasta da sola e tutta questa attività è finita. Ed ecco qua e abbiamo tolto questa azienda di mezzo. Il fatto è che non ci si fa per la forza, no!
D.: Quanti figli hai?
R.: Due. Si sono sposate due sorelle con due fratelli, solo che la prima sta giù a San Pietro. Eh, il marito ha lavorato in Fiat, adesso sta in pensione…non in pensione sta in mobilità perché si è sentito male e…e è fatta! E ecco qua e che altro ci devo mettere?
D.: Quindi abiti da sola?
R.: Io e anche mia figlia sta qua.
D.: Hai dei nipoti?
R.: Una dozzina, non lo so quanti sono. Aspetta, tre e due cinque e uno sei. Ho sei nipoti da una parte, dalla seconda figlia. Dalla prima figlia ne ho altri sei. Sei e sei dodici, vedi quello che ci vuole per portarli avanti! Quando vengono a casa, vengono solo per darmi fastidio e inquietudine perché quelli litigano e che dobbiamo fare?
D.: Quanti maschi sono?
R.: Quattro…cinque! E sono cinque maschi e sette femmine, che dobbiamo fare? Adesso dobbiamo pensare a fargli il corredo, che ci vuole! Ci vogliono i mobili, ci vuole tutto, ma i soldi non ce li ho. Come dobbiamo fare?
D.: Sono sposati?
R.: No, sono piccoli: la più grande ha, ecco il primo agosto, la prima nipote ha dodici anni e il secondo, il quindici agosto, ne ha pure dodici e poi man mano…vengono man mano e, oh figlia, quando mi vengono intorno non fanno altro che confusione. Che dobbiamo fare?
D.: Vengono la domenica a trovarti?
R.: Uno, il figlio di A., c’è stato per un mese. Adesso, l’altro giorno, gli ha punto una vespa, gli ha punto una vespa e la povera mamma se lo è dovuto portare perché gli ha provocato la febbre. E’ allergico a questi insetti e adesso viene stasera. Ha chiamato, ha detto: “ venitemi a prendere perché giù non ci voglio stare “. E ecco qua, ma quell’altro, quell’altra nipote sta in un’altra zona sulla via di Polleca, non so se l’hai sentita nominare e…no, no, no perché papà non lo frequenta quel posto.
D.: Sì, Polleca la conosco.
R.: Ho capito. E ecco e vengono quando possono venire. E ecco figlia questa è la vita delle povere…dei poveri fessi, perché quelli dritti non la fanno questa vitaccia. E che altro ci devo mettere? Il fatto è che quando sto da sola mi vengono in mente tante cose e così non ci riesco…aspetta! Prima, quando io ero giovane, andavo per legna: Dovevo fare la legna con la roncola e mi dovevo portare la fascina in testa; poi con le compagne arrivavamo al convento; ci sedevamo e le ore intere a cantare per farci sentire al paese, per farci sentire. Ma tu lo sai che ci prendevano in giro! Perché non ci dovevamo andare con la legna in testa, dovevamo aspettare l’asino. E ecco, è passato pure quello.
(08:00)
D.: Vivete qua da cinquanta anni?
R.: Sì, questa terra ce la siamo comprata, abbiamo fatto cinque atti, cinque, a poco a poco, a poco a poco, come vi devo spiegare? Poi abbiamo costruito questa casetta perché L. aveva cinque figli e stava sopra la montagna, più su, però stava a mezzadria non so se hai un’idea della mezzadria.
D.: No.
R.: La mezzadria sai che significa? Fai conto che hai un pezzo di terra e ci metti il colono sopra. Ecco, può funzionare? E allora, poi i genitori del padre, no, del marito sono diventati vecchi e l’attività l’hanno tolta. Hanno tolto questa attività e questa figlia stava sempre là sopra. Il povero padre che era mio marito diceva così: “ Eh! può stare da sola con tre bambini? (Allora ne aveva tre) Con tre bambini su al faggeto? Sai che c’è? Chiamiamo, facciamo la domanda e costruiamo una casetta. ” Solo lo scheletro della casa costa ventuno milioni e mezzo. Allora si parlava di milioni di lire. Eh, facemmo lo scheletro. Loro vennero qui e abitavamo tutti da quella parte dove sto io adesso, di là, dall’altra parte.
D.: Allora non abitate qua!
R.: No. No, ci sta la camera vuota però mi piace stare da sola. Voglio stare…considera che io la sera alle sei voglio cenare e qua se non sistemano gli animali, figlia, non possono cenare, non possono cenare, devono sistemare l’azienda e io quando ceno tardi mi sento male e allora sto dall’altra parte, tengo una cameretta, una piccola cucina e tira a campare. E stavamo tutti quanti là. Poi man mano loro con l’aiuto nostro hanno costruito queste quattro mura e ci stanno dentro, ma prima, figlia, non ci stava, stavamo… erano due casette, due casette: da una parte ci stavamo noi e da un’altra parte ci stava lei con tre figli e il marito, tutti dentro ad una stanza. Guarda che sono stati dolori, eh! Adesso la vita è cambiata, è tutta diversa, ma ieri, figlia, mamma tua potrebbe ricordarsi qualcosa, quella è stata sempre amica con L.. E ecco e abbiamo costruito qua e abbiamo vissuto sempre qua sopra. Perché, dove vai? Sopra la terra degli altri? A fare che cosa?
D.: Qui di spazio c’è n’è tanto!
R.: Lo spazio c’è e abbiamo vissuto con gli animali: con le capre, con le mucche…E adesso L. è morto, mio marito.
D.: Quanto tempo fa?
R.: Sono sei anni che è morto ed io che potevo fare da sola? Niente! Allora armi e bagagli vedetevela voi e io mi sto dentro casa, proprio in grazia di Dio. Ecco qual è la situazione, figlia, e che dobbiamo fare? Ma purtroppo si soffre, si soffre perché come ci diceva papà, diceva papà, oh figlia, al palo ci vuole la vite e alla vite ci vuole il palo, voleva intendere: alla donna ci vuole l’uomo e all’uomo ci vuole la donna per indirizzare la vita. Hai capito? E così vi dico pure io! Questo è, purtroppo! E vogliamo raccontare anche il fatto di quello che hanno ammazzato?
D.: Sì.
R.: Allora eravamo in tempo di guerra; ce ne scappavamo sopra a queste montagne. Allora papà…ci eravamo nascosti dentro una piccola grotta venne un vecchio
(12:00)
tutto sporco di sangue. Gli chiese papà (diciamo papà), gli chiese papà: “ Ehi, come ti chiami tu, ma perché vai sporco di sangue? “ – “ Eh, perché…perché stava partorendo una pecora, non riusciva a partorire ed io ho dovuto tirargli il figlio! “ Invece, questo signore, un povero tedesco che camminava sperduto sopra queste montagne…erano tre: due riuscirono a ritornare. Perché si disorientarono; andavano rastrellando tutti quanti noi che stavamo qua. Ce n’erano a migliaia sopra queste montagne mica uno. Due ci riuscirono ad andarsene e quel poveraccio chissà sbagliò strada, che ti posso dire adesso io, bello figlio mio disse a questo vecchio: “ mi dovresti dare un po’ di soldi per ritirarmi, altrimenti come faccio? “ Poi si misero a litigare e il vecchio lo uccise e lo buttò dentro una cisterna, noi diciamo un “ Ciauconə “, dentro ad un “ Ciauconə “. Gli attaccò una pietra alla vita, così, e lo buttò giù. Quelle povere persone che rimasero sulla montagna, che non fecero in tempo quei tedeschi a rastrellare, eh, andavano a prendere l’acqua là, ci cucinavano, ci bevevano…avevano bevuto l’acqua dell’essere umano. Hai capito? E anche a cucinare, perché c’era la guerra. Poi sono venuti il giorno dopo; ci hanno rastrellato come i maiali, come ai porci; ci hanno rastrellato e ci hanno portato giù a San Pietro. A San Pietro ci hanno caricato sopra ai camion e ci hanno…e ci hanno sfollato chi alla Cecchignola, chi a Cesano, chi da una parte e chi da un’altra, come ai…maiali. Vedi quando butti da mangiare a un maiale dentro la stalla così facevano a noi e purtroppo abbiamo dovuto continuare a soffrire. Ed è passato pure quello. Poi siamo ritornati qua. Si soffriva la fame e il povero papà ci faceva le pere secche; raccoglieva le spighe di grano e ce le cuoceva dentro il pignattino; le sbriciolava e ce le cuoceva dentro il pignattino e…e…e…siamo sopravvissuti lo stesso fino ad ora. Adesso è difficile vivere con tanto benessere che c’è. E’ difficile vivere, non so il perché. E abbiamo fatto quest’altro grazie a Dio!
D.: Che altro ricordi della guerra?
R.: Ci stavano i marocchini al campo, al campo di concentramento che aggredivano le povere figlie di mamma come ai cani, come ai cani! Alcune le uccidevano; altre le violentavano; era una cosa a parte, a parte per come erano disgraziati! Però pure loro hanno fatto una brutta fine: sono spariti. Sono morti, sono vivi, non lo sappiamo! Ecco qua, i marocchini!
D.: E’ stata aggredita anche qualche amica tua?
R.: Dell’età mia ci stanno qua sopra due vecchie: hanno ottanta anni però non vi consiglio di andarci, perché una è proprio cieca e…
Ci sta una vecchietta, si chiama zia C.; ha passato una vita sopra a questa montagna a tagliare la legna, poi la doveva portare giù; faceva il carbone, il carbone lo doveva portare al paese con l’asinello. Aveva crepato in corpo i figli, poi, quando sono cresciuti, i figli hanno detto alla mamma: “ oh ma’, tu vuoi fare la boscaiola, falla, ma noi ce ne andiamo alla giornata, al bosco non ci veniamo più
(16:00)
perché ci hai schiattato. “ Ed è fatto quest’altro.
D.: Chi, i figli di zia C.?
R.: Eh E., M., la conosci? Anche A..
D.: Conosco Anna.
R.: A., no A. era più piccola allora ha pensato sempre alla vita un po’ più civile, ma M., A. buonanima sua l’ha…l’hanno passata poveri figli! E A. pure! Se ne andarono, se ne andarono a lavorare con i muratori. Diceva…diceva il povero figlio: “ sono contento di portare la “caldarella” in testa e addosso, ma per i boschi non ci vengo più! “ E non ci sono andati più. Però era pure colpa di zia C.! Ed ecco chi eravamo!
Un’altra stava vicino a nonna E., quella si chiamava zia M., M., come la chiamavano? M. la vedova! Quella pure l’hanno violentata i marocchini; se la portarono; l’avevano lasciata come una bestia buttata per terra. Come un animale quando sta per morire, così l’avevano massacrata. Cinque, sei porci, ma tu scherzi! Ed è finita così! Hai capito? Queste erano quelle che stavano vicino a E. buonanima sua: P., T., questa M., come ti sto dicendo, e queste erano. Sì, perché poi noi dopo la guerra siamo ritornati e queste ragazze stavano qua, perché non le hanno sfollate più. No, i tedeschi non hanno fatto in tempo a portarsele; sono state violentate da quei porci; sono rimaste al paese a digiuno e morte di fame. Poi è tornata la famiglia. Piano piano, piano piano, andavano raccogliendo le pere marce che cadevano da sopra la pianta, figlia, se le mangiavano perché non c’era nient’altro.
D.: E’ vero che dopo tanta sofferenza e miseria bastava poco per divertirvi?
R.: Ecco, lo vedi? Adesso se non lo dicevi tu … Allora, quando mietevamo il grano stavamo il giorno con la schiena abbassata in queste valli…Eh, ma la sera ci riunivamo tutti quanti, otto, dieci, dodici persone. Si cantava, si suonava e si ballava. Mezzanotte, l’una, il giorno dopo dovevamo mietere un’altra volta il grano perché se no si scuoceva. Quando si era scotto che ci facevamo? Lo davamo alle capre. Se lo venivano a mangiare in mezzo alle valli. Ma di altri fatti non facevamo niente, ecco qua! Questo è!
D.: Come passavate le serate?
R.: A suonare e a cantare! A cantare, a ballare tutta la notte! Ci si passava stanchezza e fame, perché il divertimento era bello! Poi eravamo tutti riuniti nella zona, eh, siamo…eravamo, dieci o dodici famiglie. Dieci o dodici famiglie una sera da una parte e una sera da un’altra, perché un giorno mietevamo fai conto da me, domani da te, dopodomani da quell’altro, un giorno a ciascuno, ma la sera era una confusione da tutti quanti, in ogni casa. In ogni casa si suonava, si cantava e si ballava. Adesso è finito tutto. Ora passano con le macchine e ciao!