(00:00)
D: Ciao Terminia iniziamo parlando della tua infanzia,delle tue tradizioni e delle tue usanze.
R: e va bene come hai detto tu mi chiamo Terminia, Terminia Imera e io ricordo, ricordo tanto della mia infanzia ad iniziare ad incominciare da quando io tenevo tre anni e mi sembra strano che ancora ora i ricordi sono proprio limpidi, sono proprio li rivedo addirittura sento ancora le gli odori, le sensazioni. Comunque quando ero piccola io il mondo era tutto di un’altra maniera e non era come a quello di ora. Noi vivevamo con i sacrifici, con i sacrifici ed io quando vedevo papà che non poteva andare a lavorare io piangevo, la sera me ne andavo a dormire sola sola, prima di mia sorella, perché noi dentro al letto ne eravamo a quattro, ci mettevamo chi da testa e chi da piedi e ricordo che la notte era sempre una lotta perché mia sorella diceva che mi stai mettendo i piedi in faccia io dicevo ma sto sul bordo del letto e tante volte cadevo pure dal letto e quindi piangevo, piangevo, io piangevo sempre, però tenevo un pudore che mi vergognavo e non mi facevo mai vedere non mi facevo mai vedere e quindi ho avuto una vita sacrificata tutta una sofferenza però riuscivo a vivere con tutte le tradizioni che ci stavano una volta che ora mi sembra proprio che stanno scomparendo tutte quante quando mamma cucinava, perché mamma tante volte non è che stava sempre dentro a casa lei andava a zappare, andava a piantare i pomodori, cetrioli e a fare tutte queste cose qua e noi dovevamo stare attenti ai fratelli più piccoli, perché pure se eravamo piccoli
(02:01)
e mamma mi lasciava i soldi per andare a comprare un quarto di latte per mio fratello perché dice un quarto di latte gli basta prima passava il pastore per il vicinato, Antonio, Antonio Vecchio con le capre e noi sentivamo le campanelle ed uscivamo fuori con il pentolino e allora Antonio mungeva la capra e ci dava il latte che noi dicevamo che volevamo però io per farci uscire la zuppa pure per me prendevo un bicchiere di acqua e allungavo e quindi ci mangiavamo la zuppa tutti e due Le tradizioni di Castelforte sono state proprio tante tante tante, io mi ricordo quando mamma doveva andare a mietere il grano prenotava un fascio di paglia, la paglia del grano perché poi veniva la macchina che separava il grano dalla paglia e quindi mamma e mia sorella Maria che era la più grande portavano questi fasci di paglia. Noi naturalmente la mattina svuotavamo il saccone, il saccone una specie di materasso ma era un saccone un sacco grosso che non teneva né testa né fondo schiena diciamo noi, quando lo riempivamo lo mettevamo sopra le tavole perché noi non tenevamo le brande, tenevamo le tavole con due sgabelli, le tavole sopra e ci mettevamo e allora per noi era una festa grande, vedevamo questo saccone enorme che sembrava un mappamondo
D: di che cosa era riempito?
R: era riempito della paglia del grano, il grano che la trebbiatrice sceglieva, allora la sera io non vedevo l’ora di andare a dormire perché tenevo il saccone con la paglia nuova però io non ci sapevo salire sopra al letto perché quello diventava alto alto
(04:00)
e non sapevo i piedi dove li dovevo mettere, e allora ci si metteva mia sorella Maria che saliva da uno sgabello, dallo sgabello saliva sopra il saccone e poi ci dava la mano a noi, sali, metti il piede qua, metti il piede là salivamo tutti quanti sopra e sembra che ci stavamo sdraiando sopra lo spizzolato allora mamma metteva tutti cappotti vecchi per terra perché quelle erano le nottate ci facevamo male se no, perché là ci dormivamo a quattro, ne eravamo a quattro dentro a quel letto e cadevamo sempre per terra perché ci dovevamo mettere due da piedi e due da testa, noi eravamo sette figli sette figli più mamma e papà eravamo nove persone comunque eravamo contenti tanto
D: che giochi facevi con i tuoi fratelli e sorelle?
R: a si i giochi, i giochi, ogni paio di mesi ci stava il gioco suo per esempio si iniziava con la campana, la campana la campana però non come quella che fanno ora i bambini era formata da cinque caselle e allora con la zeccarella (pezzo di mattone), la zeccarella sarebbe un pezzo di mattonella, chi si faceva una casella insomma chi se ne faceva due e quella là che veniva dopo doveva gioca dopo di questa che s’aveva fatto la casella, diceva, posso passare dentro alla casella tua, no. E allora quella con la zecccarella doveva tirare una botta che doveva riuscire a passare, a sorpassare la casella, se no andava sotto e usciva fuori. Poi c’era il gioco della fune, la corda, si giocava con la corda. E poi ci stava il gioco dell’ammasto (pietra). L’ammasto era un gioco che ognuno veniva personalizzato dalla pietra, un mattone, si mettevano tutti in fila e ognuno con una pietra rotonda cercava di uccidere quell'altro,
(06:00)
uno, il nemico diciamo così. E poi qualcun altro L’ammasto che cadeva con questa pietrata che ci si dava, veniva messo un metro dietro perché era morto. Allora il compare, la compagna che ti voleva salvare ci tirava un’altra botta, e allora quando cadeva l’ammasto eri salvato e quindi si rimetteva un’altra volta a quel posto là. Poi c’era il gioco della fossettola (un buco a terra). La fossettola si faceva un buco a terra e con il tallone , col tallone del piede, si metteva il tallone così e si girava intorno intorno e usciva questa, questa bella fossettola proprio circolare, proprio perfetta. E con le nocciole ci si metteva da una distanza e si giocava a ziccola, a ziccola cosi con il pollice e chi finiva lì dentro insomma poi l’arrizzarieglio (nocciole messe una sopra l’altra), l’arrizzarieglio si mettevano tutte nocciole messe in fila così e ci stava la tavoletta, uno buttava la tavoletta così, andava a finire lì e quelle che faceva cadere si prendeva. Poi ci stava pure il gioco di il signo, a signa si faceva una riga larga un metro e qualche cosa, alle due estremità si faceva un segno così e si faceva con la due lire, con la cinque lire. si tirava così no, chi andava più vicino a questa linea era il primo che metteva sotto, cioè metteva e prendevano tutte le monetine, si mischiavano e allora io per esempio avevo la cinque lire la mettevo o testa o croce, la mettevo così, quando si mischiavano le monetine, allora, cadevano tutte quante allora tutte quelle che erano croce me le prendevo e quindi si facevano questi giochi così
D: e quando pioveva come passavi il tempo?
R: quando pioveva, ma noi ci mettevamo dentro alle caselle, noi sopra San Giovanni che era tutto distrutto, mi ricordo quando la torre era distrutta, la chiesa era distrutta,
(08:00)
noi facevamo il muro, due muri così, uno così, uno così, e andavamo giù a Fossaceca, giù alla fontana e facevamo le foglie di sambuco, le foglie che mettevamo come a coprivamo no, e noi ci mettevamo sotto. Il divertimento nostro era di raccogliere la verdura selvatica, tenevamo quei contenitori di latta di conserva, accendevamo il fuoco e cuocevamo quella verdura così si tutte contente poi ci raccontavamo le storie, raccontavamo le tradizioni io poi ero proprio portata perché le inventavo, io le inventavo le storie, inventavo e faceva la mamma, diceva, Giovanni ma stai venendo, a no il racconto ancora non è finito. Ma quando fi Terminia ma quando lo termini il racconto, non lo termini mai. È racconto di zia racconto con l’ago e con il filo il fondo schiena si è cucito diceva Tiadolinda. E va bene poi
D: e del cinema cosa ci racconti?
R: a il cinema, il cinema, e chi l’ha mai visto, noi il cinema lo vedevamo in piazzetta perché prima stava il cinema all'Annunziata metteva si mettevano tanti di quei manifesti per la propaganda, per vedere, e noi vedevamo questi manifesti e l’illusione che ci vedevamo pure noi il cinema. Però ad un certo punto mamma e papà è andato a vedere un cinema, papà è stato in Africa Addis Abeba per parecchi anni e allora un cinema che parlava dell’Africa, delle scimmie, delle case, delle, delle delle come si dice delle capannelle no no ci dovete andare, ci dovete andare allora noi siamo andate al cinema, siamo andate al cinema, ma io avevo vergogna, ci stavano un sacco di uomini, ma chi c’era andato mai in mezzo a tutti quegli uomini però ci stava mamma e mia sorella
(10:00)
e c’erano certe donne vecchie di Fossaceca allora ho visto quel cinema ed ha detto mamma ora è finito, andiamocene e ce ne siamo uscite fuori ma io mi sentito tutta ubriaca perché vedevo tutte, tutti quei cammelli che correvano, gli elefanti quelle capanne, allora mi hanno dovuta portare a due persone perché sbandavo, io sbandavo proprio sbandavo proprio mi hanno dovuto portare a casa perché non ce la facevo neanche a camminare, vedevo tutto che mi camminava e quindi quella è stata la prima esperienza che poi in effetti al cinema non è che ci sono andata tante volte, se ci sono andata quattro o cinque volte è tutto il mondo e noi ci andavamo quando prima si proiettava il cinema di la vita di Sant'Antonio, la vita di Santa Rita ma questi film sconci che fanno ora no, mai per carità non esiste proprio ma io vorrei ricordare una cosa io io dove abitato qua no ora dove abito pure ora a fianco a qua ci stava la casa di mio marito, Giuseppe io facevo coppia con Giuseppe e Maria di cucciusella faceva coppia con il fratello, i cucciusiegli, e ce ne andavamo sempre giù a la piazza del comune il municipio a giocare però prima di andare lì passavamo per il passaggio privato che ci stava la nonna di la nonna di Alfredo, di Alfredo no non te la puoi ricordare no no allora, diceva, Teodora e siete venuti e giocate a mamma, non litigate e allora ci dava quattro, cinque fichi secchi io portavo una fetta di pane, ci sedevamo sul gradino di del municipio e facevamo il pranzetto, mettevamo un una pezza per terra, facevamo un pezzetto di una mollica di pane con un pezzetto di fico secco ce lo mettevamo sopra, facevamo il pranzetto, giocavamo a tirarella (prendersi per mano e girare), a tirarella che mettevamo le mani così no,
(12:00)
stringevamo le mani io di Giuseppe, e Giuseppe le mie e gi giravamo intorno intorno intorno intorno intorno intorno fino a che la testa girava e ci buttavamo per terra, per noi era un divertimento perché vedevamo questo cielo che che girava girava girava era una cosa proprio straordinaria ma noi papà insomma non è che, che abbiamo visto la fame, pero questi cucciusiegli è, i cucciusiegli l’hanno vista e come. Allora diceva Alfredo, diceva Terminia vorrei trovare una campana d’ottone, così me la vado a vendere, sopra a Ven a Ventosa mi compro il latte e mi faccio una zuppa di latte grande grande grande grande, e ogni giorno diceva questo qua quel ragazzo. Allora, la campana d’ottone, la spola mi sembra che si chiama così comunque si raccoglievano le schegge, però le schegge tenevano un prezzo, era ferro e l’ottone costava di più e quindi una campana d’ottone si che ci usciva una bella zuppa allora una mattina io sono andata giù alla piazza come sempre no, con mio fratello in spalla, addosso così e non c’ho trovato ne Giuseppe ne Alfredo,allora sono andata dentro il passaggio privato e ho detto a Tiadolinda, Tioadolinda ma Giuseppe con Alfredo sono venuti qua, ha detto no ancora non sono venuti. A tengo in tasca pure i fichi secchi per darvi, ma ancora non sono venuti. Allora ho detto ma chissà dove sono andati , e tutta sconsolata me ne sono andata sopra la piazza con mio fratello no, era venerdì santo ad un certo punto ho sentito una botta forte forte forte forte forte, allora mi sono messa a sbatte le manie mio fratello e viene sorella, andiamo sorella, andiamo giù dal bizzarro che sta passando la musica,
(14:00)
doveva venire Pasqua quindi stava passando la musica, io pensavo, pensavo allora da sopra la muraglia ci stava una casa con le scalinate che si arrivava giù, però solamente le scalinate ci stavano e si arrivava subito giù al bazzarro e là la strada era, era ancora abbattuta non quando pioveva tutta quella argilla, tutto quel fango, ci stavano i segni dei carretti perché prima le macchine non ci stavano, ti stavano solamente due macchine a Castelforte quando ero piccola io e ci stavano i carretti, i carri di lusso, i carri che andavano a prendere la farina la pasta a Formia da pavone insomma e allora mi sono messo ad aspettare però la musica non si sentiva allora è venuto un uomo e ho detto uomo, che c’è bimba che c’è, ma io ho sentito sparare una bomba però la musica ancora non sta venendo ha detto bimba mia speriamo che non abbiamo fatto un’altra festa come a quella che si è fatta sopra l’Arore (zona di Ventosa) allora quando quest’uomo ha detto così io mi sono diventata tutta ghiacciata perché l’Arore io tenevo quasi due anni e due anni tenevo e si stavano raccogliendo tutte le mine per sopra le montagne perché Castelforte era, le montagne di Castelforte erano piene di mine di tutte le maniere, certe sembravano tutte belle pentoline ma belle ed invitavano a prenderle e allora ci stava pure un fratello mio, hanno racco hanno preso, ha raccolto un sacco di mine, allora si sono messi tutti seduti a cerchi o ed il capo ha detto ora vi faccio vedere come si smonta questa mina sennonché qualche cosa sbagliato ha fatto, è sparata la mina e tutti e nove sono andati a finire per aria, addirittura una gamba la dovevano prendere su un’altra pianta, un braccio ad un’altra parte quindi è stato un fatto troppo doloroso per Castelforte
(15:59)
e quando quest’uomo ha detto così, ha detto, io ho pensato subito a quel fatto, ho detto la mina, allora questa è stata la mina e allora io tremavo tutta quanta, ancora mi si fanno i brividi, io tenevo Antonio mio fratello addosso, così, addosso in spalla, e ci siamo messi ad aspettare e poi hai visto dove sta Marcello il parrucchiere, tra Marcello il parrucchiere e la bazzarra ci stanno quei scalini che scendono giù, quelli vanno a finire giù il Pozzillo, da là abbiamo visto salire Antonio,Antonio sarebbe il fratello di Alfredo, con Alfredo in braccio tutto pieno di sangue ho detto Alfredo ma che hai fatto, diceva, ma io volevo prendere una campana mi volevo comprare una zuppa grande grande che aveva preso una mina allora con una pietra si è messo a martellare per fare uscire questa campana di, di, di ottone, ha sparato però mio marito Giuseppe che poi, me lo sono sposato, si è salvato perché Giuseppe stava martellando un’altra mina più quella parte Allora ha sentito questa botta è successo un casino, e poi Alfredo mi ricordo che guardava all'aria così e teneva i piedini ad un piede ci teneva il sandalo, un sandalo di gomma che ci stavano prima proprio di gomma che, ad un altro piede era senza sandalo ha detto ohi Antonio, il fratello, no, al fratello, ma andiamo a trovare il sandalo giù al Pozzillo se no stasera, stasera quando viene papà vede che ho perso il sandalo e mi mena e lo abbiamo portato alla farmacia, cioè alla farmacia che stava all'Annunziata ed il farmacista come ha visto Alfredo in quelle condizioni ha detto è e che gli posso fare a questa creatura, prendete un carretto e portatelo all'ospedale, pensa un po’ , con il carretto, con il carretto è arrivato all'ospedale però poi Alfredo è è morto,
(18:00)
è morto Alfredo. E quindi questa qua pure è stata una, un’esperienza bruttissima, brutta brutta brutta
D: tu ci hai parlato di tuo marito Peppino, a che età ti sei sposata?com'è stato?
R: si, io tenevo venti anni e qualcosa e Giuseppe teneva ventun’anni
D: com'è stato il tuo matrimonio?
R: a è mio matrimonio, matrimonio mio . E devo dire la verità siamo andati avanti con il matrimonio perché ci volevamo tanto bene, ci amavamo veramente, ma se il matrimonio si doveva reggere sopra il bene della famiglia no, perché, ma però mi hanno ostacolato la madre, la mamma di mio marito in tutto e per tutto e quindi infatti quando io stavo andando a sposare, io port con quella vestina bianca, a me mi portava mio cognato, lei stava fuori la porta qua con una mazza di scopa in mano che doveva uccidere mio marito sopra all'altare, e tutte, è stato tutto un casino, comunque come si dice, i latini dicevano , dicono amor omnia vincit, l’amore vince tutto e a noi ha vinto tutto nonostante tutti i casini, anzi, quando due persone si vogliono veramente bene, le difficoltà non fanno altro che, che rafforzare l’amore, se poi è un amore così passeggero è dice ma vattene tu e tua madre e così comunque i matrimoni prima ci stavano tutta una serie di tradizioni ora non è che, quant'è, mi posso dilungare quando due ragazzi si conoscevano, ma non si conoscevano come si conoscono ora, è il fatto avveniva sempre di solito vicino la porta della Chiesa, alla messa, alla novena, allora i ragazzi si facevano trovare tutti fuori, e guardavano la ragazza che usciva ed uno sguardo proprio fuggevole così, però nonostante lo sguardo fuggevole ci si capiva, ci si capiva. E non vi credete che noi eravamo di ghiaccio è,
(20:00)
non ve lo credete affatto questo qua, no no no no no. E allora dopo un bel po’ di volte che questo ragazzo adocchiava la ragazza, la ragazza se ne accorgeva è se ne accorgeva come no. Portava la serenata la notte, portava la serenata, cantava una canzone, tante volte la inventava lui stesso per la ragazza, infatti ci stanno tante canzoni che io ho fatto una raccolta che i ragazzi la, la componevano per la ragazza e quindi la notte le cantavano la serenata, ora se la ragazza ci stava che gli piaceva, prendeva la candela, una candela, la candela diciamo noi, l’accendeva e lo metteva sopra la finestra, e allora il ragazzo vedeva la candela e capiva che la ragazza ci stava. Se la ragazza non ci stava, perché poi apriva pure la finestra, si affacciava alla finestra no, se la ragazza non ci stava la finestra restava chiusa e se il ragazzo insisteva una volta due volte e tre volte beh si sentiva arrivare in testa qualcosa di liquido e non sempre era acqua, non sempre era acqua. Comunque poi ci stava il fidanzamento, il fidanzamento era tutta una cosa ufficiale, tutta e, una formalità andava la suocera e il suocero, portavano l’oro, i parenti, si ballava, si ballava così che a Castelforte ci stava un concertino , chi suonava la chitarra, la fisarmonica è, e poi non ci stava nessun pranzo. Facevano il tarallo, un bicchiere di vino, il biscotto, un bicchiere di marsala e si combinava così, si combinava così. Poi si preparava il corredo, il fatto principale era quello della lana, si doveva comprare la lana e noi giù il bazzarro prima ci stava un mercato enorme che arrivava tutta la Muraglia poi sotto a via Roma poi arrivava a via Alfredo Fusco, ogni zona
(22:00)
vendeva le cose sue, ogni zona, allora si comprava tutta questa lana e si andava a lavare giù il fiume perché l’acqua prima qua non ci stava, ci stava qualche fontana a san Rocco, poi l’hanno messa pure giù il bazzarro. Ma comunque si lavava la lana si stendeva al sole e poi tutte le ragazze si mettevano, l’allargavano, l’allargavano questa lana e si facevano i materassi e quando tutto era pronto che la sposa doveva sposare si caricava la roba. Allora prima tutte ragazze andavano, prima ci andavano le ragazze con il materasso piegato in testa quelle con il cuscino poi quelle con i cesti di vimini ci stavano le lenzuola le asciugamani e insomma tutto il corredo che ci stava e si camminava in fila per uno, in mezzo alla via, in mezzo alla via si camminava e le altre che stavano tutte affacciate ai balconi alle finestre chiamavano no, Terminia Maria Maria per farci girare ma noi non ci giravamo dovevamo solo camminare perché chi si girava era un brutto augurio per la sposa e allora camminavamo così, portavamo tutta la roba, è poi la suocera e la mamma facevano il letto, non lo doveva fare la sposa e dentro il letto ci mettevano un pacco di sale tutto sparso da tutte le parti perché la prima notte i sposi non dovevano dormire. E poi si andava, quando la sposa usciva, andava a sposare, ma tante sposavano solamente con una veste così, non la veste bianca e tante altre se la facevano prestare la vesta chi aveva avuto la possibilità di farsi così, la vesta bianca la prestava alle amiche ed un matrimonio si andava a casa, qualche invitato così, il tarallo, certe volte ci stava il panino con un poco di mortadella dentro, il bicchiere di vino
(24:04)
cose così proprio semplici semplici semplici niente ed iniziava poi andavano a trovare la sposa a trovare la sposa, ora per andare a trovare la sposa si portano, ci si mettono i soldi dentro ma prima qualcuno ci metteva duecento lire, trecento lire, gli altri chi li portava un tegame di terracotta di fagioli, chi li portava un due tre chili di pasta, quante ragazze aspettavano che le andavano a trovare, la andavano a trovare le amiche per dire può darsi portano la pasta e ce la cuoceva perché non ci proprio stava, ma non ci stava
D: quindi poi tu hai dovuto iniziare a lavorare ? o qualcosa
R: ma io a lavorare non ho mai lavorato, io, poi quando mi sono sposata e sono andata in Germania ho lavorato per tre anni. Poi tenevo Silvia dopo di un anno ho avuto una bimba quindi non mi è convenuto più pagare la donna che mi guardava la bimba e mi sono licenziata e ho guardato i bambini, la mattina me li portavo i bambini e la sera se li venivano a prendere e quindi ho collaborato pure io all'andamento della famiglia è
D: quindi sei stata in Germania tu?
R: sono stata in Germania nel Bade Wittenberg nella selva nera, nella Schwarzwald e devo dire la verità io quando sono andata in Germania ci sono andata proprio paurosa timorosa perché prima di tutto l’apertura di mente che ci sta ora prima non ci stava noi eravamo ragazze del paese e non siamo uscite mai fuori io non sapevo neanche Formia dove stava con tutti quei racconti che raccontavano le vecchie nostre la sera degli tedeschi hanno fatto qua hanno fatto là, urlavano e questo e quello, quando sono andata alla Germania ci sono andata proprio paurosa paurosa, poi vedevo questi tedeschi che parlavano no e sembrava che ce l’avevano tutti con me,
(26:04)
non capivo quello che dicevano ma io sono andata là con la cosa che mi dovevo imparare subito e dopo di due mesi le cose più essenziali me le sono imparate infatti andavo in provincia da sola prendevo il trenino per fare i documenti perché là bisogna fare un sacco di documenti quando si arriva là e ho potuto vedere che i tedeschi c’hanno aiutato tanto a tutti quanti, quindi è sfatato questo fatto che erano così cattivi così, ma poi quando mi sono imparata a parlare ne parlavo di questo qua dicevo i tedeschi sono stati a Castelforte, che Castelforte faceva parte della linea Gustav quindi qua si ha martellato malamente e loro dicevano ma noi strillavamo perché noi dicevamo che ve ne dovete andare da là perché stanno bombardando e voi ci acchiappate sotto alle case, voi vi nascondevate sotto le cisterne dentro le stalle dice noi è allora ma in effetti i tedeschi a noi c’hanno aiutato tanto tanto, quindi non posso parlare male dei tedeschi, a me non voglia Dio chi li tocca, ora stasera si fa la partita Italia Germania ho messo la bandiera italiana però per me la Germania loro dicono, noi diciamo la madre patria in Italia, la patria nostra, loro dicono il padre paese quindi per me la Germania è come se, c’ho voluto troppo bene quindi gli voglio bene assai e guai a chi li tocca ma comunque lo sport è un’altra cosa e va bene comunque le tradizioni da noi sono state proprio tante tante, che ora stanno venendo ora per esempio il ventiquattro di giugno scorso è stato san Giovanni, san Giovanni Battista e io mi ricordo che mia mamma tutte quante la sera mettevamo, prendevamo la giara d’acqua e ci mettevamo il bianco di un, di un uovo, è un albume no, lo mettevamo dentro là mettevamo questa giara sopra la finestra al fresco della notte perché prima non esistevano neanche i frigoriferi
(28:06)
è la mattina quest’acqua fermentava in effetti, fermentava no e questo bianco d’uovo si dilatava e noi uscivamo tutti quanti fuori con questa giara, che c’è uscito a te, ma certe belle barche ci uscivano con le lampadine accese sopra e certe belle bare, casse da morto pure e allora tutte quante vedevamo, e ognuno si faceva un sorso di quell'acqua per devozione, per devozione poi la mattina, prima che usciva il sole ce ne andavamo a san Martino, a san Martino ci sta una zona si chiama san Giovanni ora ci stanno costruendo le ville la, le villette ci sta una roccia, una pietra che ci sta proprio una forma di un piede e noi ci tutti quanti sopra san Giovanni e san Martino e noi ci mettevamo tutti quanti con il piede dentro per devozione lo facevamo, per devozione e poi quando il sole incominciava ad uscire noi ci facevamo la croce ci mettevamo a pregare e il sole naturalmente quando esce, ci si può guardare perché è ancora rosso non ha quei raggi proprio splendenti no e noi guardavamo il sole, io mi ricordo ero piccola, ero piccola tenevo un sette anni penso e ci sta l’auto la suggestione collettiva no, dice eccolo , eccolo san Giovanni sta dentro il sole con una bandiera in mano allora io mi sono lasciata suggestionare è ho visto pure io san Giovanni però so che non è vero, però l’autosuggestione collettiva è porta a questo qua, porta a questo qua comunque dopo visto san Giovanni ce ne andavamo tutti quanti alla messa perché prima la messa si faceva la mattina e don Saverio il parroco che è stato qua per quarant'anni aspettava, aspettava a noi che tornavamo da sopra san Giovanni per e facevamo la messa e ci stava la messa, la Comunione e tutto quanto
(30:05)
io alla messa la mattina ci andavo volentieri perché facevano dire sempre la messa per i morti e allora Luigi il sagrestano metteva una cassa in mezzo alla chiesa a forma di bara grande sopra un tavolino e ci metteva un lenzuolo sopra nero con tutte teste di morto bianche intorno intorno che stava raffigurando la bara con la bara con quel morto dentro e allora quando s’era finita la messa quella la che aveva fatto dire la messa la mamma o il padre o come sia dava dava quindici chili, venti chili ciascuno no e noi con quelle quindici venti chili ci usciva un quarto di latte la mattina e io ci andavo sempre alla messa, ci andavo sempre è quindi la fede, la fede ora la fede mi sa proprio che sta sparendo è nonostante all'Italia, l’Italia ci sta il Papa, l’Italia c’hanno, c’hanno martirizzato san Pietro e san Paolo quindi dovrebbe essere una nazione cristianizzata invece stiamo perdendo la fede e noi credevamo, credevamo, credevamo, e quando andavamo alla messa tutti, tutte, tutte attente, tutte sentivamo al prete che diceva, pure se io per esempio mi sono imparata e leggere il latino, e mi sono imparata pure a fare un certo riassunto perché, a noi, non si faceva la messa in italiano, ognuno di noi teneva un libricino allora da una parte stava l’italiano e da una parte il latino è quindi prima che don Saverio leggeva il versetto in latino io mi leggevo a fianco quello in italiano per vedere quello che significava è io il latino insomma lo so leggere proprio bene proprio bene prima la messa si cantava pure in latino e ci stavano le tradizioni particolari pure per la messa per esempio il venerdì santo si faceva la messa secca (messa senza consacrazione)
(32:01)
la messa secca che significava il venerdì santo non si consacra perché Gesù Cristo è morto è quindi la consacrazione non ci sta, sta solamente la liturgia della parola e si cantava il Vangelo tutto in latino in lingua gregoriana e la gente piangeva, io non so chi capiva quello che stavano leggendo però la gente piangeva, tutti quegli urli che faceva, come se chiama un vecchio di Fossaceca, è Luigi, ci stava Olivella che, Olivella sapeva cantare bene il gregoriano e conosceva pure il latino però quegli altri vecchi dovevano fare il lamento, facevano è ghimè . E noi piangevamo perché proprio ci , ci immedesima entravamo proprio nella, nella situazione, situazione è niente poi quando arrivava il momento che dovevamo fare la prima comunione che eravamo bambini a me mamma la vesta bianca non me l’ha potuta fare, a mia sorella invece, mia sorella è stata più fortunata perché è venuto un pacco dall’America, ce l’ha mandato uno zio che stava in America, a Cortland e ci stava una bella camicia da notte bianca, ha detto mamma, ha detto, è questa è buona per fare la prima Comunione e a mia sorella le ha messo la camicia da notte, ci ha attaccato una fune alla vita perché era troppo lunga, ce l’ha tirata sopra, teneva, sembrava teneva la gobba mia sorella e . la veste bianca stava, l’aveva racimolata, l’aveva racimolata però mia sorella stava scalza e allora che doveva fare, è andata da Aldo un nostro cugino, il pittore, un artista, che lui si era fatto fare un paio di, zoccoli da Ovidio di Fecuscieglio, e sotto c’ha messo un pezzo di ruota di camion per fare la soletta ed ha detto me li presti questi sandali mi devo fare la prima Comunione e pure la Cresima, perché prima la mattina si faceva la prima Comunione, il pomeriggio poi si faceva, la Cresima,
(34:04)
tutto insieme, tutto insieme allora Aldo ha detto ma ma si te li presto ma appena esci dalla Chiesa portameli indietro è , portameli indietro e questi erano i tempi, noi certe volte ci mettiamo a parlare perché tanta gente no, non vuole sentir parlare dei fatti di prima perché ora si sono fatte grandi secondo loro no allora noi parliamo e un giorno ha detto un’amica mia ha detto a sapessi che mi è successo a me io mi sono sposata al mese di agosto, allora mio marito dentro alla chiesa si asciugava il sudore, asciugava, asciugava, asciugava e io mi credevo che stava, stava stava impaurito per il matrimonio che stava troppo emozionato, dice ma ragazzo perché asciughi, teneva un tovagliolo grande, era una salvietta, la mamma gli aveva dato una salvietta allora quando insomma s’è fatto tutto quanto, è finito, finito il pranzo e tutto, il pranzo che ho detto prima era, la sera se ne sono andati, se ne sono andati e ci stava una tradizione prima che la mattina doveva andare la suocera a vedere il letto di il letto per vedere, per dovevano dovevano vedere se la nuora era vergine oppure no, è quindi avevano vede il segno ma questo qua non si voleva spogliare la sera, faceva la moglie, ma spogliati fai presto, ma un altro poco viene tua mamma e tu non ti spogli ma quello sudava sudava sudava diceva e spegniamo la, spegniamo la candela così non ti vedo, e sudava sudava ma perché non ti vuoi spogliare, perché non ti vuoi spogliare ha detto ed ora te voglio proprio dire,ormai mi sei moglie e te lo posso dire ha detto io mi stavo sposando che la mutanda non la tenevo, allora nonno teneva una mutanda lunga di lana dentro alla cassa che diceva sempre che quella là se la deve mettere quando morirà
(36:08)
o d’inverno o d’estate se la deve mettere perché quello diceva pure se muoio d’estate non fa niente, mettetemela lo stesso che a me mi fanno male sempre le ginocchia ha detto io sono andato a casa di nonno ed ho detto nonno ma me le vuoi prestare questa mutanda che conservi dentro a questa, alla cassa là e perché ma io non la tengo la mutanda se no devo andare solo con il pantalone, mi sembra proprio indecente ha detto e va bene te la presto ma domani mattina, ma domani mattina portamela e allora quello si è dovuto mettere quella mutanda ecco perché sudava, sudava per questo qua, perché ci stava la disperazione poi ha detto l’altra amica mia, ha detto è, a te tuo marito se l’ha fatta prestare da suo nonno, la mutanda lunga ha detto a me mio marito non la proprio teneva, s’è sposato senza mutande, senza mutande, ha detto un altro poco doveva venire dentro alla chiesa a sposare senza scarpe ha detto le scarpe se l’ha fatte prestare dal fratello, gli ha detto il fratello, ragazzo e mettitele, non me le rompere ma io al matrimonio tuo non ci posso venire, e ci posso venire scalzo dentro alla chiesa e non c’è andato e quindi la ci stava la povertà però noi non è che la sentivamo proprio così assai, noi ci accontentavamo con tutto quanto, io mi ricordo zio dall'America c’ha mandato un pacco, e ci stavano un paio di scarpe rosse con un tacco massiccio alto, con la punta quadrata che qua questo non si proprio usava allora io con il martello ho preso e ho cercato di staccare il tacco da vicino la scarpa era la notte di Natale, notte di Natale e ce l’ho fatta però tutta contenta che ho staccato il tacco, dico ora le scarpe sono piane no, mi sono messa quelle scarpe, un altro poco cadevo, ma sono caduta perché il piede è andato a finire così no, la punta stava così, la sagoma era quella là
(38:07)
ma comunque eravamo contenti, eravamo contenti, ci accontentavamo, ci accontentavamo di poco poi che altro ti devo, aspetta
D:parlaci un po’ dei tempi della scuola
R: alla scuola quando sono andata a scuola mamma m’ha fatto un camice nero, un colletto bianco di plastica e quando faceva freddo che il colletto si spaccava perché si gelava mi graffiava tutto il collo ma io i libri non li tenevo mai perché papà non me li poteva comprare, noi eravamo sette figli aspettava sempre che il provveditorato mandata questi libri, è di solito li mandava sempre verso il mese di marzo, che poi la scuola finiva e quindi non è che potevo, potevo fare tanto
D: com'era il rapporto tra insegnanti e alunni?
R: ma il rapporto tra insegnanti e alunni, non era affatto buono perché la maestra Cinquanta teneva quelle quattro cinque figlie di mamma che si potevano comprare i libri, che si potevano comprare il cappotto e noi non ci seguiva, non ci seguiva affatto e io cercavo di, di prendere qualche cosa per aria, e sono stata sempre brava in italiano a scrivere i temi, però a matematica, l’aritmetica questo non ho, non c’ho mai capito niente,non c’ho mai capito una mazza e la maestra mi metteva, s’era costruita le orecchie di maiale, di asino con una fune me le attaccava in testa e con un cartello, un cartello uno avanti e uno dietro e stava scritto io sono un asino, e ci portava per tutte le classi a fare un giro poi mi metteva inginocchiata dietro la lavagna è in castigo no, in castigo
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e ci seguiva poco, proprio poco poco e poi le botte, le botte che ci davano le maestre erano proprio tante tante, proprio tante tante tante e io quanto tornavo a casa stavo tutta intontita, ma proprio le botte, le botte è a mamma non le potevo dire niente perché mamma poi, diceva a t’ha dato le botte e mo ti do il resto che qualcosa di malamente hai fatto, ma io non facevo niente, che facevo non facevo niente poi ci stavano le penne, le penne era un bastoncino di legno con un pennino e Ernesto il bidello, buonanima, ci stava un un calamaio in mezzo al banco no, al centro, in alto e noi inzuppavamo la penna ma quella graffiava tutto quanto, cadevano tutte quelle macchie io poi quando mi arrabbiavo ci mettevo la carta, la carta assorbente dentro il calamaio, la stringevo e la sbattevo in faccia a quell'amica mia che aveva fatto la spia che non mi avevo fatto i compito, ce la sbattevo in faccia e la sbaffavo tutta quanta ma noi facevamo pure a botte dentro la scuola, perché le maestre quando si entrava alla scuola non stavano con noi, si mettevano fuori, dicevano così ripassatevi la storia, ripassatevi la poesia e loro si mettevano fuori al corridoio fino alle dieci, dieci e più a chiacchierare, ma noi che dovevi ripassare, ma io non dovevo ripassare niente io per impararmi la poesia del cinque maggio ma mi imparavo le prime tre strofe e mi scordavo le altre è stato proprio un casino gli ho mandato un sacco di bestemmie a quest’autore che ha fatto questa poesia qua poi ci stava la rivista, la rivista, che era la rivista la maestra ci chiamava uno alla volta vicino alla cattedra e da lontano con la penna faceva così in testa a noi per vedere se tenevamo i pidocchi e i pidocchi li tenevamo, li tenevamo i pidocchi e poi ci sfotteva, ci faceva sfottere dagli altri era un casino, io della scuola tengo un ricordo proprio brutto brutto brutto, non ci stava nessun rapporto tra maestra e scolaro,
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niente niente proprio niente niente niente niente niente era una lotta poi la mattina d’inverno ci portavano giù lo scantinato della scuola, la mensa ci stava Fulvia Rosa che bollivano certi pentoloni di acqua, ci mettevano la polvere dentro e facevano il latte e la mattina ci davano un mestolo di quello, di quel latte dentro le tazze di alluminio, noi ci mettevamo una fetta di pane che mamma mi metteva dentro, dentro quella specie di borsa, altro che borsello, la cuciva lei con una pezza, con una pezza di che dentro ci era un sacco che dentro ci stava il baccalà del sarakaro (colui che vende le sarache) e facevamo la zuppa però devo dire la verità, noi stavamo sempre con la diarrea perché quel latte non, non era, era latte in polvere che mandavano gli americani è quando andavamo là ci dovevamo chiudere gli occhi perché, quelle cucinavano con la legna, Fulvia stava sempre arrabbiata perché sempre accecata di fumo pranzavamo e poi quando uscivamo dalla scuola andavamo un’altra volta giù là e ci davano un piatto di pasta e una fetta di pane, o con il burro e marmellata o con il formaggino, ma io il burro non avevo mai provato che cos'era e dicevano e che schifo e che schifo e lo buttavo pure io perché non ma io non sapevo cos'era il burro, non lo sapevo a me, sapevo cos'era la sugna mamma quando comprava la sugna metteva un mezzo cucchiaio di sugna sulla fetta di pane, lo avvicinava al fuoco, si squagliava e me la mangiavo, ma il burro non lo proprio sapevo sentivo quelle che dicevano che schifo che schifo è e poi io alla quinta ma noi passavamo al primo anno della prima lo passavamo a fare linee, i puntini i quadratini perché noi la penna in mano ma non la sapevamo proprio tenere, io pareva che tenevo una grande zappa in mano Patriarca ma che stai a zappare faceva la maestra ma, ma con quella penna che dovevamo sempre inzuppare dentro il calamaio d’inchiostro, era una tragedia perché grattava, ora cadeva la macchia, poi asciugavo quello là, insomma la pagina del quaderno era, una carnevalata,
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non ci si capiva niente, e a me la maestra mi metteva sempre zero spaccato certe volte racimolavo qualcosa e mi metteva quattro, quando, quando pareva più più così è è quindi alla quinta non m’hanno fatta promossa, no ma io ho detto ma che devo fare, devo andare ora a riparare qua e là e non ci sono andata e poi mi sono presa la terza media, io sono autodidatta poi perché ho capito l’importanza dello, dello studio, della lettura e quindi mi sono presa la terza media io con la scuola, alla scuola serale di Castelforte però in effetti quello che m’hanno fatto imparare, è al livello di terza quarta elementare io, io sto, non voglio fare un peccato di orgoglio però sto assai più, più avanti perché io leggo tanto e scrivo pure poesie, ho lavorato per le scuole la scuola di San Cosma ha preso il primo premio ce l’ho fatto prendere io è tante volte sono venute le maestre a farsi dare materiale per la scuola per . Poesie racconti e tutto, quindi mi do da fare mi piace è peccato che l’infanzia mia è stata un’infanzia povera che papà non mi poteva comprare neanche un libro mi ricordo poi andavo a scuola con, con una cosa di lusso era una cosa rettangolare con un manico che si apriva con una molla era un, un reperto bellico, un reperto della guerra dei tedeschi che dentro là ci mettevano, ci mettevano qualcosa, è quindi io la facevo per borsa è quindi le scuole prima ci faceva un freddo tremendo là perché le finestre soffiava il vento, entrava da tutte le parti faceva il vento, allora io prendevo e riscaldavo una pietra che mamma la mattina si alzava presto per fare il pane cotto, ci doveva far fare la colazione allora ci riscaldavo una pietra di fiume tonda tonda la mettevo dentro ad una calza vecchia e me la portavo mi scaldava le mani perché non potevamo neanche scrive ci faceva troppo freddo e quando quella maestra mi dava dieci bacchettate sopra le mani, ma erano dolori perché le mani tutte ghiacciate quelle bacchettate là è quindi la scuola
D: dacci un’ultima conclusione riguardo la tua esperienza.
R: ma l’esperienza che ho avuto a me mi è servita, mi è servita perché ripeto la gente non vuole che si racconta quello che è stato però io dico sempre che il presente si basa sul passato e se noi possiamo dire, possiamo dire che ora stiamo bene, diciamo stiamo bene senz'altro non ce, non se l’hanno guadagnato loro di oggi ma sono stati i sacrifici che hanno fatto i vecchi, che hanno fatto tanto i vecchi e tanti insegnamenti che c’hanno dati, tutti insegnamenti perché prima noi rispettavamo tanto gli anziani, è quindi io ritorno sempre al passato perché sopra la passato si costruisce il presente e lo racconto pure ai figli miei tutto quanto, ora per esempio Giuseppe ha detto ma, nonna quando viene la signora fammi venire pure a me perché gli piace sentire queste cose, gli piace è quindi