(testo tratto dalla tesi di laurea triennale di Chiara Panarese, Saggio di una descrizione del dialetto di Esperia (FR), relatore Luca Lorenzetti, a.a. 2009-2010)

Introduzione

Proponiamo qui una sintetica descrizione del vocalismo tonico del dialetto di Esperia. Si tratta di un dialetto fino ad oggi mai descritto scientificamente e sul quale scarseggiano notizie anche di provenienza locale. Il lavoro si è svolto come segue:

  • Indagine e registrazione di un testo effettuata con registratore digitale. L’informante è stata una donna di settantasei anni vissuta sempre ad Esperia Superiore, con un grado di istruzione pari a quello di scuola elementare
  • trascrizione fonetica del testo
  • analisi del testo

Il lavoro di analisi si è basato, per gli opportuni confronti, sulla descrizione dei dialetti alto-meridionali fornita da Avolio (1995) ed è stato realizzato comparando i tratti principali evidenziati dall'autore col relativo comportamento del dialetto di Esperia. Questo dialetto si inserisce nel quadro dei dialetti italoromanzi altomeridionali e, pertanto, presenta nel vocalismo tonico una delle caratteristiche principali che meglio caratterizzano questi dialetti: la metafonesi. Il fenomeno della metafonesi si manifesta con un innalzamento di grado delle vocali toniche medio-alte /e/ ed /o/ e con la chiusura o la dittongazione delle vocali medio-basse /Ɛ/ ed /Ɔ/, per effetto della natura della vocale finale (–I ed –U latine originarie). Nel dialetto esperiano /e/ ed /o/ si chiudono rispettivamente in /i/ ed /u/, mentre, per quanto riguarda le vocali medio-basse si riscontra l’assenza di dittongamento e un innalzamento di grado di /Ɛ/ ed /Ɔ/ che confluiscono rispettivamente in /e/ ed /o/ (metafonesi sabina o ciociaresca). Altre caratteristiche rilevanti del vocalismo di Esperia sono evidenziate nei relativi paragrafi dell'analisi.

Cenni storici

Esperia è uno dei Comuni più vasti della provincia di Frosinone con 10875 ettari di terreno e comprende Esperia Superiore (Roccaguglielma), Esperia Inferiore (San Pietro in Curulis), Monticelli e Badia. E’ posto a 370 m sul livello del mare, alle pendici del Monte Cècubo ed è situato a circa 100 Km tra Roma e Napoli. Confina a Nord con il territorio dei Comuni di Pontecorvo, ad Est con Spigno Saturnia, Ausonia, Castelnuovo Parano e San Giorgio a Liri, a Sud con Formia, ad Ovest con Campodimele e Itri. Dal 1997, con la Legge della Regione Lazio n. 29 del 06 ottobre, gran parte dell’area montana del territorio di Esperia è entrata a far parte del Parco Naturale Regionale dei Monti Aurunci. Esperia, l’antica Roccaguglielma, è situata dove un tempo esisteva la Rocca della città di Interamna detta anche Interamna Lirenas o Sucasina per la sua vicinanza al fiume Liri e alla città di Cassino. I suoi confini comprendevano un territorio molto vasto incluso l’odierno San Giorgio a Liri fino a Sessa, Minturno e Formia. Intermana fu costruita dai Romani per scopi strategici e la sua distruzione avvenne nel V secolo a causa delle prime incursioni barbariche dei Visigoti e dei Vandali, tra il 409 e il 455. Si ritiene che i primi abitanti di Roccaguglielma furono i cittadini di Interamna, i quali per sfuggire ai barbari si rifugiarono sul monte Cecubo, dove costruirono una torre quadrata e piccole abitazioni, sfruttando anche le grotte di cui il monte abbondava. A memoria della patria perduta gli interamnati chiamarono il nuovo paese ARX INTERAMNA e l’anno della sua costruzione è fissato nel 483. Con le invasioni barbariche dei Goti di Totila la Rocca divenne un asilo nascosto e sicuro anche per gli Aquinati ed in particolare per il Conte di Aquino, il quale allargò la terra di nuove costruzioni e la circondò di forti ripari. Dal 553 al 702 la popolazione subì il dominio Bizantino e fu ridotta ad estrema miseria. Con l’arrivo dei Longobardi in Italia meridionale Roccaguglielma nel 702 passò dal dominio Greco a quello Longobardo fino al 1058, restando compresa nel distretto di Aquino. Durante il corso di questo dominio i cronisti non hanno lasciato alcuna notizia di Roccaguglielma: furono, infatti, lunghissimi anni di orrore e di spavento e tutta la storia d’Italia fu come interrotta. Nel 1058 ebbe inizio il Principato Normanno e Roccaguglielma fu inclusa nelle pertinenze della Contea di Pontecorvo. Nel 1103 il normanno Guglielmo di Bloseville, da cui la Rocca derivò il suo nome, occupò Roccaguglielma e ne divenne il primo Barone oltre ad essere già Duca di Gaeta. Così Roccaguglielma sottratta dalla soggezione di Pontecorvo formò uno Stato a sé. Nel 1104 Guglielmo venne espulso da Gaeta e ritornò nella sua Rocca; costruì notevoli opere di difesa con opportuni ripari; realizzò una gran cinta dentro la quale edificò la Cappella che attualmente forma la navata della chiesa di Maria SS.ma delle Grazie; e circondò di alte mura anche il paese sottostante, facendo di quel luogo una grande fortezza. Nel 1155 divenne Barone di Roccaguglielma Erbia di Bolita, giustiziere di Terra di Lavoro e dopo un breve periodo di soggezione al Monastero di Montecassino, nel 1163 Roccaguglielma passò al dominio diretto del Re Guglielmo II e vi rimase fino al 1189. Nel 1191 Roccaguglielma fu donata all’Abate e da questi al nobile Roberto di Apolita. Il Re Tancredi tolse a quest’ultimo Roccaguglielma affinché venisse custodita da Andrea di Teano. Con l’arrivo degli Svevi Roccaguglielma fu donata all’Abate Roffredo per poi tornare sotto la custodia diretta dell’Imperatore come uno dei ‘Castra exempta’. Infatti, per l’importanza di questo castello che doveva mantenersi ‘ad honorem Culminis’, l’Imperatore si riservò personalmente di nominare e deporre il Castellano e fece si che si eleggessero nel paese alcuni tra i migliori cittadini affinché sorvegliassero i costumi e le azioni del Castellano stesso e della servitù. Con la caduta della dinastia degli Svevi e l’inizio della dinastia degli Angioini (1266-1442), Roccaguglielma si conservò come castello imperiale e godette di favori speciali, delle immunità e di un periodo di particolare prosperità. Fu favorita l’agricoltura e l’industria e fiorì l’attività commerciale grazie all’esportazione di cacio, olio e carne salata. A partire dal Trecento il feudo fu tenuto da alcune famiglie più importanti d’Italia la prima delle quali fu la famiglia Spinelli. Nel 1442 Alfonso I si impadronì di Napoli dando inizio al Regno degli Aragonesi. Egli riconobbe Antonello Spinelli feudatario di Roccaguglielma e gliela lasciò in custodia; l’anno seguente convocò il Parlamento Generale e concesse a tutti i Baroni il “Mero e Misto Impero”, vale a dire il diritto di esercitare la giurisdizione civile e penale su tutti gli uomini che dimoravano nel feudo. In questo periodo storico Roccaguglielma era fra le terre più importanti del Regno e il suo Signore, Antonio Spinelli, fra i Baroni più rinomati. La sua importanza era dovuta alla fortezza del sito e del castello e particolarmente alla sua posizione rispetto a Gaeta, in quanto permetteva di controllare il passo che consentiva di raggiungerla da Pontecorvo e Aquino, senza dover passare per Cassino. Nel 1458, morto Alfonso gli successe Ferdinando, ma a causa del suo carattere cupo e crudele nove baroni cospirarono per cacciarlo dal Regno e invitarono Giovanni D’Angiò. Principale fautore dell’Angioino fu Antonio Spinelli. Nel 1461, però, si risollevarono le sorti di Ferdinando e soccorso dal Papa Pio II, quasi tutto il Regno ritornò a prestargli obbedienza. Morto Antonio, restarono nel castello il figlio Pietro e il nipote Fabrizio e tra di loro nacque una contesa per la successione. Il Papa Pio II si fece giudice della successione di Antonio Spinelli e fece sì che il feudo passasse alla Santa Sede, della quale il Re sarebbe divenuto vassallo. Il figlio e il nipote di Antonio furono fatti prigionieri e furono condotti da Ferdinando. Fabrizio si guadagnò l’affetto e la protezione del Re tanto che egli gli diede in feudo la terra di Roccaguglielma e lo ammise nel Consiglio Reale. Edificò nella Rocca un gran palazzo i cui resti sono ancora visibili a testimonianza della sua grandiosità. Il 25 gennaio del 1494 Alfonso II successe al padre Ferdinando, ma dopo un anno fu costretto a rinunciare alla corona in favore del figlio Ferdinando II a causa del disordine e dei tumulti che si scatenarono contro di lui. Nello stesso anno Carlo VIII di Francia giunse a Roma con l’intento di conquistare il regno. Ferdinando II fuggì a Messina e tutte le Province passarono a Carlo, compresa Roccaguglielma. Nel 1495 Fabrizio Spinelli morì senza lasciare prole e Carlo VIII riconobbe come legittimo possessore della Baronia di Roccaguglielma suo cugino Lancellotto Agnese. Il suo dominio, però, fu breve perché nello stesso anno la Baronia passò in potere a Giovanni Della Rovere, nipote del Papa Sisto IV. Partito Carlo per la Francia, Ferdinando II dalla Sicilia venne nel Regno e tolse a Giovanni la Baronia di Roccaguglielma, questi però non ne lasciò mai il possesso. Ferdinando II, dunque, mandò suo zio Federico a conquistarla ma nel frattempo morì. Federico successe al nipote che continuò la sua opera di assedio e conquistò la Rocca il 4 gennaio del 1497. Dopo questa sconfitta Andrea Doria, amico di Giovanni della Rovere, giunse senza indugio a Roccaguglielma per aiutarlo, assaltando i soldati Aragonesi. A sua volta Federico chiamò a se il Gran Capitano Consalvo affinché resistesse agli avversari. Quest’ultimo mosse guerra ad Andrea Doria, ma non riuscì nell’intento e gli propose una tregua a seguito della quale un borgo restò al Doria e l’altro al Consalvo. Scacciato Federico, Luigi XII e Ferdinando il Cattolico si divisero il reame, ma sorsero presto contese tra i Francesi e gli Spagnoli per i confini delle province e nel 1501 entrarono in guerra. Il primo gennaio 1504 tutto il Regno cadde sotto il dominio di Ferdinando il Cattolico. Nonostante l’Italia meridionale fosse provincia di Spagna i Della Rovere mantennero il possesso della Baronia di Roccaguglielma. Nel 1516 Carlo V successe a Ferdinando il Cattolico e confiscò ai Della Rovere la Baronia di Roccaguglielma. Terminò così il dominio dei Della Rovere su Roccaguglielma. Il 15 dicembre dello stesso anno, la Baronia fu donata dal Re Carlo a Guglielmo di Croy, concessione che durò fino al 1519. Sotto la dominazione dell’imperatore Carlo V, il feudo fu incorporato dal Regio Demanio in ragione dell’importanza strategica a protezione di Gaeta che era considerata la porta del Regno. Su richiesta di papa Paolo III Farnese nel 1542 il feudo di Roccaguglielma fu concesso ad Ottavio Farnese che aveva sposato Margherita D’Austria, figlia dell’Imperatore Carlo V e vedova di Alessandro Dei Medici. Il discendente di Ottavio, Odoardo, avendo parteggiato per i Francesi si vide confiscare i feudi dall’Imperatore di Spagna Filippo IV che gli concesse a Ladislao IV di Polonia. Nel 1653 i feudi passarono in eredità al cognato Filippo Guglielmo duca di Neoburgo. Agli inizi del 1711 Roccaguglielma tornò in possesso del Regio Demanio e con Pico, San Giovanni Incarico ed altri feudi fu successivamente concessa alla contessa Pignatelli, che li governò dal 1722 al 1734. Dal 1734 il feudo venne trasformato in ‘azienda di sua Maestà’ fino all’avvento dei Francesi, all’inizio del secolo XIX. Per un decennio, al 1806 al 1815, il Regno fu tenuto dai Francesi. Nel 1815 ritornò il governo borbonico che separò Pico e San Giovanni Incarico dal circondario di Roccaguglielma. Nel 1823 morì Ferdinando I lasciando il reame a suo figlio Francesco. Sotto il mal governo di questo Re il brigantaggio si diffuse in tutto il regno. A Francesco nel 1830 successe il suo primogenito Ferdinando II il quale avrebbe voluto risollevare il regno dalla miseria sofferta durante la reggenza del padre. Ai moti liberali del 1848 però, i borboni risposero con persecuzioni politiche e religiose. I focolai partigiani si accesero in tutto il regno. Anche il popolo di Roccaguglielma diviso in due parti ‘ Cafoni o Villani’ e in ‘Galantuomini o Signori’ era in subbuglio. I Cafoni di Roccaguglielma dato lo stato di umiliante soggezione e di miseria insorsero per farsi giustizia contro il governo borbonico rappresentato dai ‘Signori’ che oziosi vivevano dell’usura esercitata nei modi più svariati e disumani. Il 1859 venne chiamato l’anno della riscossa in cui si attendevano le truppe liberatrici di Vittorio Emanuele e di Garibaldi. Fu anche l’anno della morte di Ferdinando II, al quale successe Francesco II che ereditava un regno in dissoluzione: l’Italia del nord apriva le porte al vittorioso esercito franco-piemontese e Garibaldi preparava la spedizione dei Mille che avrebbe posto fine al regno Borbonico delle due Sicilie. Il 5 ottobre 1860 Vittorio Emanuele entrò nel Regno; Capua fu costretta ad arrendersi; e il Re Francesco si rifugiò a Gaeta e vi restò assediato. Così cessò il dominio dei Borboni. Il Regno d’Italia con la dinastia dei Savoia fu proclamato con la legge del 31 marzo 1861, ma già nel dicembre del 1860 fu mandata una Legione a rimettere ordine in Roccaguglielma ove vennero arrestati tutti gli autori delle uccisioni e degli incendi. Nel 1867 su iniziativa di Alessandro Righetti sottoprefetto del circondario di Gaeta, Roccaguglielma, San Pietro in Curulis e Monticelli furono riunite in un unico comune. Per evitare il risentimento degli abitanti di San Pietro che non avrebbero accettato che il loro paese già capoluogo fosse ridotto ad una frazione, si pensò di dare un altro nome alla nuova realtà amministrativa e il Righetti scelse il nome di Esperia, che indica l’astro Espero che splende sulla Rocca ovvero il nome con cui gli antichi Greci indicavano la penisola italiana. Così la Rocca si chiamò Esperia Superiore e San Pietro, Esperia Inferiore. Il primo Sindaco del nuovo Comune fu Giovanni Trombetta da Esperia Inferiore, il quale risollevò le sorti delle tre fazioni. Morto il Trombetta gli successe Don Mariano Roselli suo collaboratore. Con Roselli a capo dell’amministrazione comunale si arrivò fino alla conclusione della prima Guerra Mondiale (1915-1918) registrando un continuo progresso: fu migliorata la viabilità, sorsero nuove costruzioni, furono migliorati i mulini e fu fornita l’illuminazione elettrica. Con il R. D. L. del 2-1-1927 il Comune di Esperia passò a far parte della nuova provincia di Frosinone dopo secoli di appartenenza alla provincia di Terra di Lavoro. Durante il secondo conflitto mondiale il territorio fu più volte bombardato perché Esperia per la sua posizione strategicamente favorevole venne a trovarsi tra le due linee di resistenza Tedesca, la ‘Linea Gustav’ e la ‘Linea Hitler’, e per questo fu uno tra i comuni maggiormente danneggiati. L'arrivo degli alleati causò, infatti, molte perdite e la quasi totale distruzione dell'abitato. Il paese subì, una serie furti, omicidi e saccheggi e dovette registrare numerosi atti di violenza su donne, ragazze e bambini da parte del contingente marocchino dell'esercito francese e per questo il 10 marzo 2004 gli è stata conferita la Medaglia d'oro al Merito Civile. Nel 2006 sono state rinvenute sulle montagne di Esperia, impronte di dinosauro che risalgono a 120 milioni di anni fa e che sono attualmente oggetto di studio da parte dell’Università La Sapienza e della Soprintendenza per i Beni Archeologici. Le maggiori attività produttive del territorio esperiano consistono nella pastorizia e nella coltivazione dell’ulivo, della vite e dei cereali. Con il declino delle opportunità date da un’economia rurale Esperia ha iniziato a spopolarsi progressivamente: è passata da un incremento demografico registratosi dal periodo post-unitario fino al 1911 ad una successiva notevole diminuzione della popolazione che ad oggi conta 3.992 unità. Al momento è in fase di realizzazione il ‘Progetto Esperia’ promosso dall’amministrazione comunale con il supporto di una equipe tecnica multidisciplinare, al fine di recuperare e promuovere risorse ed energie locali, per rafforzare l’identità ambientale, culturale e socioeconomica del paese.


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