Alvito
Adatt. da Cristiana Di Bona, Aspetti fonetici, fonologici e morfologici del dialetto di Alvito (Frosinone), tesi di laurea, Università degli Studi di Cassino, aa. 2004-05.
Presentazione geografica, economica e linguistica
Alvito è una cittadina della provincia di Frosinone di circa 3000 abitanti. Si presenta con una caratteristica pianta a ferro di cavallo e si articola in tre distinti nuclei urbani: la Rocca, il Peschio e il Borgo Basso, che costituisce il nucleo vero e proprio. Questi tre livelli sono inglobati da una lunga cinta muraria che ancora oggi è conservata in molti tratti. Fanno parte del comune di Alvito anche le frazioni di S. Onofrio e Santa Maria. La principale risorsa economica del paese è l’agricoltura, in particolare l’allevamento di bestiame. Più recentemente si è registrato un maggiore impulso nell’attività industriale, soprattutto nel settore dell’abbigliamento, e nell’attività terziaria. Resistono le attività artigianali come la lavorazione del legno e del ferro ed è ancora molto diffuso il ricamo. Molti alvitani poi lavorano negli uffici dei vicini centri urbani tra cui Sora e Frosinone e molti altri sono, invece, occupati negli stabilimenti industriali di Cassino e Anagni (vd. Iacobone 1992: 5-8).
Appartiene, insieme ad altri tredici comuni, alla Valle di Comino, che si trova compresa tra gli alti monti del sistema appenninico abruzzese-molisano e che, più precisamente, si estende tra i monti Mainarde e Meta avendo ai due estremi le conche di Sora e di Cassino. La valle trae il suo nome da “Cominium”, l’antica opulenta città dei Sanniti che si estendeva nel territorio interposto tra le odierne Alvito e S. Donato e che nel 293 a.C. (secondo il libro delle “Storie” di Tito Livio) fu attaccata, occupata e distrutta dal console Spurio Carvilio Massimo.
La cittadina è situata a mezza costa sul pendio orientale del monte Morrone, diramazione dei monti Simbruini, a 475 metri sul livello del mare. Confina a Nord con il comune di Campoli Appennino, ad Est con S. Donato Val Comino e Gallinaro, a Sud con Atina e Gallinaro, ad Ovest con Campoli Appennino, Posta Fibreno, Vicalvi e Casalvieri. Dista 16,8 km da Sora, 110,6 da L’Aquila, 28,8 da Cassino e 129,6 da Napoli (vd. Iacobone 1984: 97-109).
Il dialetto di Alvito (cf. Merlo 1920: 232-258) appartiene, per quanto riguarda il vocalismo tonico, alla vasta regione dove le vocali medio-alte /e/ ed /o/ e le vocali medio-basse /ɛ/ ed /ɔ/ subiscono metafonia, vale a dire la chiusura del grado di apertura, sotto l’influsso delle originarie vocali latine finali -Ī ed -Ŭ. Per quanto riguarda invece il vocalismo atono finale, l’alvitano appartiene alla zona abruzzese pugliese settentrionale e molisana campana basilisca, dove tutte le vocali tendono ad indebolirsi, passando a /ə/, schwa, eccezion fatta per la /a/, unica vocale che resiste e mantiene intatto il suo timbro.
Note storiche
L’origine di Alvito è oscura. Fino al Quattrocento, “Albetum” – da cui Alveto, Alivito e Alvito – è il nome latineggiante dato al paese sia nei documenti sia nelle storie. Comincia, però, ad apparire sullo scorcio di quel secolo e nei primi anni del seguente, anche la forma “Olivetum” – da cui Oliveto, Olivito e Olvito – da cui proviene senz’altro lo stemma del paese, che è appunto un olivo. Parrebbe a prima vista che, forse per analogia fonetica, la voce “Olivetum” sia una modificazione della primitiva “Albetum”, ma questa opinione non sembra accettabile. Perché, infatti, accanto al primitivo nome se ne sarebbe dovuto formare un secondo di poco diverso? Si credette così che il paese si denominasse indifferentemente Alvito e Olivito, quest’ultimo per gli oliveti che si trovano nel sito. Ma gli oliveti, che oggi vestono tutto il monte, in principio erano circoscritti soltanto al lato orientale; sul lato occidentale cominciarono ad apparire sulla fine del XVIII secolo. Il fatto ha quindi fatto sorgere il sospetto che “Albetum” un tempo indicasse il versante occidentale del monte, mentre “Olivetum” quello orientale. Alla fine ha però prevalso la voce più antica “Albetum” (vd. D. Santoro 1908-1909: 26-29).
Soltanto sulla fine del secolo XI, e più precisamente nel 1096, si incontrano le prime notizie di abitatori sui brevi tratti pianeggianti dell’Albeto (vd. B. Santoro 1888: 43), antico nome del monte Morrone, che nei documenti anteriori è designato unicamente come monte (vd. B. Santoro 1888: 33). Non dovette per altro tardare a formarsi su per quelle cime un buon nucleo di case, poiché in una carta del 1140 (pubblicata in Tauleri 1702: 94), tra i confini del comune di Atina, altro comune della Valle di Comino, è segnata una via che conduce ad Alvito: “quae ducit Albetum”, in cui questa parola è adoperata per indicare non più un monte, ma un luogo popolato.
La Valle di Comino era allora disseminata di chiese, più di venti, che sotto le ali del monastero cassinese, cui erano state donate, si erano man mano accresciute ciascuna di una “cella”, o piccolo convento, ed arricchite di boschi, vigne e poderi. Erano queste altrettanti centri intorno a cui si raccoglievano le genti rurali dei nostri luoghi, che solo più tardi, cioè quando il dominio feudale laico subentrò all’ecclesiastico, si radunarono invece intorno ai castelli baronali.
La presenza benedettina cassinese nella zona era molto forte e ciò favorì certamente il popolamento: oggi ad Alvito l’unica traccia dei benedettini di Montecassino è rappresentata da un leone, simbolo della loro autorità e sovranità sulle loro dipendenze, conservato sopra un muro davanti al Palazzo Gallio.
All’accrescimento dell’incipiente borgata concorse principalmente la caduta del vicino castello di S. Urbano. Sorgeva questo, da più remota età, ad Oriente dell’Albeto, lungo il colle detto anche oggi della Civita.
L’agglomerato esistente prima del secolo XIV sulla costa del monte veniva chiamato “La Valle” e dipendeva dalla “Civitella”, che sul monte si affianca al Castello (m.720), costruito, non si sa con precisione in quale anno (ma certamente nel corso del secolo XII), da uno dei Signori D’Aquino, probabilmente da quel Landolfo che nel 1096 aveva acquistato il monte del Monastero di Montecassino, con l’obbligo appunto di costruirvi quel castello, destinato purtroppo a seppellire sotto le sue macerie i suoi signori e padroni nel terribile terremoto del 1349 che distrusse anche Montecassino.
Rostaino Cantelmo ricostruì il Castello e vi si insediò. I Cantelmo riuscirono a creare un vasto dominio feudale tra Abruzzo e Campania, con le contee di Popoli ed Alvito; nel Quattrocento l’intera valle e la contea di Sora erano saldamente nelle loro mani, con Alvito capitale del loro stato. Le vicende della seconda metà del Quattrocento furono alla base della decadenza di questa famiglia. L’insofferenza degli abitanti verso i Cantelmo, le ripetute sconfitte dei loro alleati francesi, gli Angioini, in lotta con il Papato e l’attacco di Federico d’Aragona alla città furono le cause del loro crollo.
Al loro posto subentrarono i Borgia e il borgo, coinvolto nelle guerre franco-spagnole, venne assediato nel 1503 dagli spagnoli che lo posero sotto il loro controllo. Divenne signoria dei Navarro, dei Cardona e fu amministrato da governatori, in quanto queste famiglie, che abitavano a Napoli, detenevano i feudi solo per lo sfruttamento economico.
Dopo alterne vicende, nell’anno 1600 i Gallio divennero ufficialmente signori di Alvito. Fu il cardinale Tolomeo Gallio ad esercitare l’effettivo potere, occupandosi personalmente dei problemi della contea. Riuscì ad eliminare la piaga del brigantaggio e creò, per una migliore difesa, milizie comunali comandate da capi locali. Fece costruire Villa Gallio, il Palazzo Ducale, alcuni conventi, una cartiera e una nuova strada. Alla fine del XVII secolo la popolazione raggiungeva i seimila abitanti. Agli inizi del secolo successivo, Carlo III di Borbone, in visita ad Alvito, restò colpito dalla numerosità della popolazione, dal contesto urbano e dall’organizzazione della vita civile e le conferì, nel 1744, il titolo di Città. Lo stemma con l’olivo e il leone si poté così fregiare della scritta “civitas Albeti”.
Nel XVIII secolo la comunità era regolata da un suo Parlamento, che si riuniva regolarmente nella “Piazza”; notai, letterati, prelati e uomini di legge contribuivano ad assicurare il buon governo. L’attività mercantile era vivace, come dimostrano il numero e la frequenza delle fiere. L’economia della contea di Alvito e dell’intera Valle di Comino continuava comunque ad essere prevalentemente agricolo-pastorale, per cui questa zona era fortemente collegata con l’Abruzzo e il sistema della transumanza del patrimonio ovino e bovino, le cui rotte erano dirette verso la Terra di Lavoro, il fertile territorio in provincia di Caserta tra il Volturno e i campi Flegrei. Da ciò si può quindi dedurre l’influenza dell’abruzzese e del campano sul dialetto di Alvito. Il ritmo della vita cittadina era scandito dal succedersi delle ricorrenze di carattere religioso, come le fiere della “Sagra”, in giugno, per commemorare la consacrazione della Chiesa di S. Simeone e la fiera di S. Matteo, inizialmente tenuta nell’area del mercato vecchio, sotto le mura, in prossimità del convento di S. Nicola, che segnava l’inizio dell’anno agrario.
Il brigantaggio, però, infestò con la sua presenza la vita del luogo fino a tutto il XIX secolo. L’organizzazione civile e sociale aveva subito profondi rivolgimenti in seguito alle vicende dell’unificazione nazionale. La caduta del Regno di Napoli, le insurrezioni legittimiste, le repressioni spesso sanguinose portarono alla formazione di bande di guerriglia, che in seguito degenerarono nel fenomeno del brigantaggio.
Alla fine del XIX secolo Alvito contava ancora seimila abitanti, di cui oltre settecento residenti nella frazione Castello, a sua volta piccolo centro urbano ben organizzato. Della consistenza della popolazione e della sua struttura si ha testimonianza nel numero di giovani caduti nella Prima Guerra Mondiale, e ancora nella Seconda, i cui nomi sono incisi per nostra memoria sulla lapide collocata sotto le Logge del Palazzo Ducale.
Appartenente alla provincia di Caserta, nel 1927 entrò a far parte della provincia di Frosinone per volontà di Mussolini. E’ facile allora immaginare il legame, anche linguistico, che tuttora sussiste con la provincia campana.
Nel censimento del 1951 gli abitanti erano ancora più di cinquemila. Le emigrazioni degli anni Cinquanta e Sessanta avevano, infatti, ridotto la popolazione di Alvito. Dagli anni Settanta, poi, il rientro dei lavoratori e dei loro piccoli capitali messi insieme con sacrificio nei duri anni trascorsi all’estero ripopolano la campagna. Mentre alla fine dell’Ottocento la maggior parte della popolazione viveva ancora entro le mura urbane, ora è la campagna che in più contrade è popolata, grazie alle strade, all’elettricità, all’acqua corrente, servizi di cui è stata dotata intorno agli anni Settanta e che permisero a tutti un tenore di vita ed agi adeguati ai tempi.
Nel corso degli ultimi secoli quindi la popolazione di Alvito è diminuita, passando dai seimila abitanti del Settecento agli attuali tremila. Le cause sono da ricercare soprattutto nella crisi economica e sociale dovuta alla marginalità in cui era ricaduta la Valle di Comino, rispetto ai processi economici dell’area della media valle del Liri. Una lenta ripresa demografica si è avuta in questi ultimi anni grazie a un minor isolamento e alla crescita di attività terziarie.
